Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.

"Bisogna sempre avere il coraggio delle propriidee e conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti (Charlie Chaplin).





martedì 16 agosto 2011

Manovra Finanziaria Pareggio di Bilancio

Manovra Economica Straordinaria Estate 2011 Sintesi delle novità e approfondimenti
Chi Paga?
 
I Soliti Idioti
La nuova Manovra economica correttiva e straordinaria di questa estate 2011 è stata pubblicata e vi indico con estrema sintesi le novità che il decreto introduce e che nel corso dei due precedenti articoli abbiamo avuto modo di accennare.
Addizionale irpef sotto forma di contributo di solidarietà per i redditi alti
Per questo punto che forse rappresenta la misura più netta e diretta al prelievo nei confronti della classe imprenditoriale prevista dalla manovra. Tuttavia da quanto sono riuscito a ricostruire sulla base dei dati delle dichiarazioni per gli anni precedenti, quasi tutti i professionisti o laoratori autonomi con partita iva sarebbero esclusi dal provvedimento per incapienza e mancato raggiungimento del reddito minimo di 90 mila euro. Per l’approfondimento leggete l’articolo dedicato al
nuovo contributo solidarietà 2011 per i redditi oltre 90 mila euro.

Tassazione secca rendite finanziarie al 20% eslusi titoli di stato
Potete leggere l’articolo di apporfondimento già scritto sulla
tassazione delle nuove rendite finanziarie 2011.

Robin Hood Tax per il settore energetico (comprese le rinnovabili)
Prima tra tutti l’addizionale Irpef in forma di contributo di solidarietà a cui potrà aggingersi anche una Robin Hood Tax circoscritto al settore energetico petrolifero, elettrico ed energie rinnovabili anche se per queste ultime sarebbe molto complesso visto il sistema degli incentivi sui cui poggiano le basi i loro cash flow.
L’addizionale è prevista sotto forma di una aliquota aggiuntiva del 10,5% sul reddito Ires. Le misure entreranno in vigore il giorno dopo la pubblicazione in gazzetta uffiaile pertanto giù sul reddito prodotto su questo anno dovrete considerarla. Decisione brusca se pensiamo alle decisioni di budget che governano questo modno e che si vedranno tagliare drasticamente gli utili del 10,5%
Dipendenti Pubblici in pensione
Si allarga la finestra per coloro che andranno in pensione con il requisito della anzianità e limitatamente ai dipendenti pubblici che si vedranno allungare di altri 18 mesi il momento di percezione del TFR in quanto dovranno attendere ora due anni per vedersi accreditare la pensione di vecchiaia.
Liberalizzazione delle professioni e dei servizi pubblici
Su questo versante sono aboliti i minimi tariffari previsti per commercialisti ed avvocati. Positiva la misura che permette di abbassare i minimi tariffari che di fatto viziavano le dinamiche concorrenziali del mercato nonché la possibilità di effettuare pubblicità comparative come già avveniva da qualche anno con gli spot televisivi delle multinazionali.
Sul fronte dei servizi pubblici invece assistiamo ad una liberalizzazione che tiene fuori l’acqua visto il grande clamore che aveva scatenato negli ultimi anni. In effetti quello dei trasporti era il settore meno difficile per convincere l’opinione pubblica anche se ricordate che in questi casi sulle privatizzazioni non si torna indietro.
Accertamento vietato solo se la congruità è per due anni e Nuovi studi di settore alle porte
In arrivo poi la nuova rimodulazione degli studi di settore e l’abbassamnto della tracciabilità dei flussi finanziari per i professionisti lavoratori autonomi che dovranno ora comunicare i flussi per transazioni di contante per movimenti al di sotto di 2.500 euro.
L’accertamento da studi di settore inoltre potrà essere precluso solo se il soggetto sarà congruo per due anni consecutivi mentre in caso di congruità di un solo anno il contribuente sarà ancora accertabile.
Ma non solo sono inasprite anche le sanzioni per chi commetterà oltre quattro omissioni di fatture e che potrà vedersi imposto uno stop dell’attività fino ad un mese o rischiare la cancellazione dall’albo.
Cancellazioni di Comuni e provincie
Anche se interessano poche nel breve periodo per le tasche degli italiani che di queste misure non riescono a percepire il reale e l’effettivo risparmio in termini di imposte, con la nuova manovra economica correttiva di questa estate 2011 il taglio delle spese dell’amministrazione pubblica colpisce anche le province ed i comuni che se non rispetteranno dei requisiti dimensionali dovranno essere accorpate. Infatti i comuni con meno di 1.000 abitanti dovranno essere cancellati e annessi a quelli limitrofi, così come le province con meno di 300 mila abitanti. Per i professionisti ricordo che questo avrà delle ripercussioni sul pagamento dell’ICI anche se questa è decisamente la minore delle conseguenze rispetto a queste misure.
Domanda: Possibile che non si riescano a quantificare, numeri alla mano, che siano leggibili per tutti i risparmi pro capite previsti dai tagli della politica e delle amministrazioni locali? Del resto se devo pagare supponiamo un ocntrobuto di solidarietà avere una tassaione aggiuntiva sarà anche giustoed un mio diritto sapere quali sono i benefici che porteranno i tagli e quanto si sprecava fino ad ora.
Sono ridotte le disponibilità per i fondi FAS per quello che concerne le misure di prevenzione del dissesto idrogeologico, sempre al centro delle polemiche in occasione delle due tragedie che hanno investito l’italia e saranno anche ridotte quelle per lo sviluppo della banda larga.
Abolite le feste della liberazione e della Repubblica
Lavoreremo anche due giorni di più in quanto la festa del 25 aprile del primo maggio e del 2 giugno slitteranno alla domenica successiva. Le pensioni tuttavia sono salve in quanto viene previsto solo l’anticipo di 4 anni e quindi al 2016 il sistema delle quote e l’innalzamento graduale a 65 anni della pensone per le donne che avrò occasione di descrivere nel corso dei prossimi articoli in modo che voi donne potrete farvi un’idea delle conseguenze di questi cambiamenti.
Riduzione delle spese per il personale dipendente del settore pubblico che dovranno ridimensionare l’organico del 10% dei dirigenti di seconda fascia e del 10% dei dipendenti delle amministrazioni centali. Le misure dovranno essere applicate entro entro il prossimo marzo del 2012 anche se non mi è chiaro quale siano le ripercussioni a cui andranno incontro in caso di inottemperanza di tali disposizioni viste anche le difficoltà di porle in essere.Altre novità riguardano inoltre, la  tracciabilità dei rifiuti, i trasfrimenti agevolati nelle amministrazioni pubbliche, e l’estensione dei contratti collettivi aziendali.
Nei prossimi giorni gli articoli di approfondimento per ora vi segnalo:Contributo Solidarietà 2011 per redditi alti

Nuova Tassazione Rendite Finanziarie 2011
 
NON SI PA'! Appunti di lettura sulla manovra e sul commissariamento dell'italia
di Girolamo De Michele



Praise be to Nero’s Neptune
The Titanic sails at dawn
And everybody’s shouting
“Which Side Are You On?”
(Bob Dylan, Desolation Row)


Ricordate il film Titanic?


Ricordate cosa succede, quando la nave comincia ad andar giù e il comandante realizza che non c'è possibilità di salvezza?
I viaggiatori di terza classe vengono imprigionati nella stiva, dietro le cancellate chiuse, e destinati a fare la fine del topo. È la condizione che permette ai signori della prima classe di salvarsi, dal momento che non ci sono abbastanza scialuppe per tutti.
Ogni volta che vi dicono che “siamo tutti sulla stessa barca”, dovreste ricordarvi di quella scena. E del brindisi che fanno gli scampati, come ci ricorda la copertina dell'ultimo numero di “The New Yorker”.
Ad esempio, adesso, in questo agosto 2011. La crisi ha impresso una svolta ineludibile: così ci dicono. Il governo italiano è stato sostituito da un governo tecnico sovranazionale (da un "podestà forestiero") il cui garante, o forse addirittura premier, sembra essere il tecnico bypartisan Mario Draghi: così dice il tecnico bypartisan Mario Monti [qui]. I provvedimenti per raggiungere il pareggio del bilancio, anticipando la modifica dell'art. 81 della Costituzione, non hanno alternative: così ci dice l'ex ministro derubricato a destinatario delle missive del governo tecnico sovranazionale Giulio Tremonti. E poiché siamo tutti sulla stessa barca, i sacrifici sono uguali per tutti: così ci dicono.
Beh, non è vero: ci stanno mentendo. A partire dai due tecnici bypartisan Monti e Draghi, che hanno nascosto finché è stato possibile farlo lo stato reale dell'economia nazionale e globale (e già qualche economista comincia a farsi sfuggire di bocca che la crisi è iniziata ben prima del 2008). Loro, come i loro colleghi europei e americani.
Per rendersene conto basta ragionare sui “tagli lineari” alle detrazioni Irpef e all'Iva, che in apparenza colpiscono tutti nella stessa misura. In realtà, come mostra il grafico a sinistra, il decimo più povero della popolazione sarà penalizzato di quasi il 6% di reddito, mentre il decimo più ricco appena dell'1%. Ma c'è il “contributo di solidarietà”, dicono. Che riguarda meno del 10% della popolazione. Andiamo a vederlo: un galantuomo che intraprende e porta a casa un reddito di 120.000 € verserà in solidarietà il 5% dell'eccedente di 90.000 €, cioè 1.500 €, corrispondenti all'1.25% del proprio reddito, che aggiunto all'1% di Irpef e Iva rimodulate fa il 2.25%; per un reddito di 150.000 €, il contributo di solidarietà è di 3.000 €, cioè del 2%, che aggiunti a Irpef e Iva fanno il 3%: a fronte del quasi 6% del pensionato, del precario. Per arrivare al 5% bisogna cercare, e trovare, un reddito di 200.000 € (posto che esista uno che un simile reddito lo dichiari per intero): non sentite il rumore dei lucchetti che cominciano a chiudersi attorno alle cancellate?
Potremmo continuare: ma criticare le modalità della manovra è cosa tanto facile che ci riesce persino Bersani da solo, senza bisogno di leggere i testi scrittigli da Crozza.
Chiediamoci piuttosto: in che senso siamo “un paese commissariato”? In cosa consiste il debito nel quale siamo all'improvviso sprofondati? Ed è proprio vero che non c'è altra via d'uscita, se non decidere dove e come tagliare?
Nel suo editoriale sul “Corriere della sera”, Mario Monti ha detto con estrema chiarezza che «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l'ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un'Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”. Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». Come in Grecia, al governo scaturito dalla volontà sovrana degli elettori (concedeteci l'ironia del rispetto delle forme) si è sostituito un governo che non tiene conto della volontà popolare, né intende risponderne. Stendendo un velo pietoso sulla rivendicazione della salvezza della “primazia della politica” (nel senso che Draghi, Trichet e Junker hanno il buon gusto di lasciare ai nostri governanti la firma sulla finanziaria per l'Italia che ci mandano per lettera riservata?) notiamo che quando la crisi investì la Grecia, e il vicino ellenico sembrava buono per esercizi di accademia politica, questi erano i toni usati da alcuni leader politici – ad esempio Nichi Vendola, che oggi parla più prudentemente di «aprire un negoziato sui vincoli dell'Europa monetaria” come risposta al «commissariamento globale» delle istituzioni politiche europee: una sproporzione tra diagnosi e cura che lascia interdetti almeno quanto gli appelli allo sciopero generale come unica risposta da parte di chi, come Susanna Camusso, ha lavorato con metodo e merito al depotenziamento dello sciopero in uno sciopericchio di testimonianza. Ma una cosa è vera: questo commissariamento non è un fatto di oggi, e neanche di ieri o ieri l'altro: è il dato della crisi dell'autonomia politica al tempo del capitalismo finanziario e della crisi globale. Così, come cura per la crisi causata dal capitalismo finanziario, si propongono i capisaldi del capitalismo finanziario stesso: contratti in deroga, libertà di licenziamento, abrogazione di fatto dello Statuto dei Lavoratori. A voler concedere il beneficio dello stato di minorità (non è mica un'esclusiva di Renato Brunetta), la linea Sacconi-Tremonti è la malattia di cui crede di essere la cura.
Ma in cosa consiste questo intreccio perverso tra debito e crisi? Nell'incravattamento delle amministrazioni pubbliche, nazionali e locali, mediante un sistema di debiti contratti attraverso l'emissione di titoli finanziari. Tra i quali spiccano i “titoli derivati”, uno strumento perverso che ha causato il naufragio della Grecia, i cui governi di centro-destra per dieci anni, “persuasi” dagli emissari della prima banca finanziaria mondiale, la Goldman Sachs, hanno porto il collo alla cravatta dell'indebitamento progressivo. I titoli derivati, infatti, sono una sorta di tavolo da gioco al quale il banco vince sempre, e i giocatori possono solo perdere: come spiegava una puntuale inchiesta di “Report”, alla quale senz'altro rimandiamo (e sulla quale ritorneremo). Allo stato attuale, i derivati costituiscono al tempo stesso la causa del debito (stante i crescenti interessi che maturano) e la causa della crisi: le banche, infatti, hanno le casse piene di “titoli tossici”, cioè inesigibili, e non immettono liquidità sul mercato [vedi qui] – cioè non svolgono la loro funzione, che dovrebbe essere quella di finanziare gli investimenti produttivi per far ripartire l'economia. Il che non è detto che sia un male: la cosiddetta speculazione finanziaria internazionale, cioè in concreto i possessori di titoli finanziari (la speculazione è un'azione, non un soggetto), in questi giorni di lacrime e sangue stanno abilmente lucrando sui flussi di borsa, traendo profitto dalla minaccia di insolvenza: come in Una poltrona per due (chissà se questo Natale sarà rimandato in onda?), aspettano che le borse crollino per comprare a prezzi stracciati, e rivendono il giorno dopo quando il valore delle azioni risale. Su è giù per le montagne russe delle borse mondiali, Goldman Sachs (già sentita, vero?) ha guadagnato nell'ultimo mese abbastanza da superare, per possesso di liquidità, la Federal Reserve.
Andiamo avanti. Chi ha in mano i flussi economici globali? Secondo Andrea Fumagalli (che in questa torrida estate sta conducendo, su Uninomade e Precaria, una puntuale serie di analisi sulla crisi, mentre i suoi più rinomati colleghi si dedicano all'analisi dei prezzi della buvette di Palazzo Madama e Montecitorio, roba grossa), «oggi, non più di dieci Società d’intermediazione mobiliari (il cui acronimo, comunemente utilizzato – Sim – richiama, in modo ovviamente del tutto accidentale, quello di Stato Imperialista delle Multinazionali, usato dalle Brigate Rosse negli anni ‘70) controllano tra il 60% e il 70% del totale dei flussi finanziari in circolazione e il cui ammontare in valore è pari a circa 12 volte il Pil mondiale. Il restante 30-40% è in massima parte detenuto da banche e assicurazioni (oggi sempre più interrelate con le stesse Sim) e da Stati sovrani (quali Cina, India, paesi europei, ecc.). La quota di attività finanziarie mondiali detenuto da singoli risparmiatori è risibile e irrilevante» [qui].
Quanti ai titoli derivati, «nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività , con il 50% detenuto da 64 banche e il rimanente 50% diffuso tra le 11.837 rimanenti banche di minor dimensione. I dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citibank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citicorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati: Swaps sui tassi di cambio, i Cdo (Collateral debt obligations) e i Cds (Collateral defauld swaps)» [
qui].
 Notate niente? Sì, avete visto bene: c'è di nuovo la Goldman Sachs, «la Spectre che gioca con i derivati sui destini del mondo assoldando e prezzolando tutti (o quasi)» [qui]. Caratteristica di questa banca è la sede nel New Jersey [a destra]: un grattacielo a forma di supposta piantato in mezzo al niente, che dice molto delle relazioni che i signori della GS intraprendono col mondo. Un ex presidente della GS, Jon Corzine, è stato fino all'anno scorso governatore del New Jersey: lo Stato della famiglia Soprano. Come ex dirigenti GS erano due passati segretari al tesoro del governo americano, Robert Ruby (sotto Clinton) e Henry M. Paulson (sotto G.W. Bush). Come, per venire in Italia, a diverso titolo sono stati sul libro paga della GS Mario Draghi (vicepresidente), Mario Monti (International Advisor) e Gianni Letta (membro dell'Advisory Board). E per non farsi mancare niente, anche Romano Prodi e Massimo Tononi (sottosegretario all'economia nel 2006) sono stati retribuiti a diverso titolo dalla GS.
Per non essere da meno, la J.P. Morgan si è limitata a un solo consulente: ma importante. L'ex ministro Linda Lanzillotta, moglie di Bassanini e co-fondatrice dell'API assieme a Rutelli, è stata infatti per 5 anni consulente di questa banca: il suo compito era spiegare ai futuri cravattari che avrebbero strangolati con i derivati i maggiori comuni italiani (a partire da Milano e Torino) i funzionamenti e le dinamiche degli enti locali italiani. Curiosamente, di questa attività di consulenza non c'è traccia nelle
biografie dell'on. Lanzillotta: se ne ha notizia solo grazie alla puntata di “Report” già citata.
Ecco lo spessore dei detentori del debito finanziario globale: i Soprano della finanza mondiale, in tutti i sensi.
E adesso andiamo a guardare il debito pubblico italiano: sarà il caso di sapere a chi in questi tre anni di sacrifici abbiamo dato i soldi sottratti alla scuola, ai servizi sociali, ai posti di lavoro, alla sanità. A chi andranno i 45 miliardi di euro della manovra Berlusconi-Tremonti-Sacconi (leggi: Draghi-Trichet-Monti-Napolitano)? A chi paghiamo gli interessi sul debito pubblico?
Con estrema tempestività la Banca d'Italia ha appena pubblicato il Supplemento n. 42 - 12 agosto 2011: “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” [scaricabile
qui], dal quale traggo questi dati (tabella n. 5). Su un totale di 1.843.015 € di debito delle amministrazioni pubbliche (Stato ed enti locali), il debito riferito a titoli di vario tipo è di 1.548.601 €, così ripartito:


Banca d’Italia: 66.425 (4.29%)
Banche e Ist. Finanziari e monetari: 499.245 (32.23%)
Altri residenti (famiglie, e soc. non finanziarie): 176.868 (11.42%)
Detentori esteri: 806.063 (52.05%)
Totale: 1.548.601


Più della metà del debito pubblico italiano è in mano a quei signori di cui parlavamo sopra, o a società off shore con sede in paradisi fiscali – e che quindi non versano al fisco neanche quel 12.5% di imposta sulle rendite finanziarie, che diventerà 20%, ma solo dal prossimo gennaio (diamo tempo ai residenti di trasferire la sede all'estero). Se a questi aggiungiamo gli istituti finanziari di vario genere con sede in Italia, scopriamo che il debito pubblico è per quasi l'85% in mano a quegli stessi speculatori che in nome del libero mercato e della libertà d'impresa sono la causa dell'attuale crisi. Il messaggio vagamente terrorista, che parla di un debito per ogni italiano di 33.000 €, è palesemente falso.
Su questo debito, lo Stato paga in interessi una cifra compresa tra i 75 e gli 80 miliardi di euro all'anno. Più della metà dei quali (cioè un'intera finanziaria biennale come quella attuale) agli speculatori esteri. In linea di principio, il miglioramento del bilancio e le maggiori entrate fiscali dovrebbero far diminuire questa voce di spesa, che è la vera origine dei dissestati bilanci nazionali.
Purtroppo non è così.
Se è infatti vero che dovrebbero diminuire i titoli sui quali lo Stato paga gli interessi, è altrettanto vero che gli interessi sono destinati a salire perché è in forte ascesa il tasso d'interesse di riferimento, l'Euribor (acronimo di EURo Inter Bank Offered Rate, tasso interbancario di offerta in euro) – sul quale, per inciso, vi calcolano il mutuo sulla casa. Che era al 0.70% (trimestrale) il 12.12.2009, all'1.01% al 12.12.2010, ed è oggi, giorno di ferragosto del 2011, all'1.54.
Mentre per il tasso della BCE, attualmente all'1.50%, si prevedono ulteriori aumenti che dovrebbero portarlo al 2% al nuovo anno, e al 3% nell'anno successivo. In altri termini, siamo usciti da quel felice ma momentaneo periodo in cui i tassi di interesse erano al loro minimo storico. Come mostra il flusso dei loro andamenti [a sinistra], un tasso d'interesse al 5% non è in alcun modo un'ipotesi catastrofista: è una possibilità reale.
Di nuovo, siamo in presenza di una dinamica che vorrebbe essere la cura di quella malattia che essa in realtà è: i provvedimenti presi aiutano le dinamiche del capitalismo finanziario, che sono all'origine della crisi – per meglio dire, sono esse stesse la crisi.
Questo rende piuttosto surreale il dibattito su una finanziaria “giusta”, o “alternativa”, o “equa”: se non nei termini di una disputa su chi – Tremonti? Draghi-Monti? Bersani? – si candida a gestire i diktat della BCE.
Intendiamoci: sarebbe certo apprezzabile una imposta patrimoniale. A condizione di sottolineare che non si tratta di “prendere ai ricchi”, perché la ricchezza che, attraverso l'imposta sui patrimoni, si andrebbe a prelevare è prodotta dal lavoro vivo, dalla cooperazione sociale (vogliamo dire, se la cosa non sembra troppo marxista: dal General Intellect messo al lavoro?) in origine, e poi espropriata dal galantuomini che intraprendono e convertita in beni e patrimoni. Ma una volta prelevata questa ricchezza che il capitale sottrae al lavoro vivo, materiale o immateriale che sia: che ne facciamo? La togliamo a Tronchetti Provera, o a Berlusconi, o alla famiglia Agnelli, per darla... alla Goldman Sachs? Alla JP Morgan? Alle finanziarie off shore?
E soprattutto: togliamo ai ricchi per dare ai ricchissimi, allo scopo di aiutare il capitale finanziario a galleggiare sull'onda di una crisi che è la vera natura del capitale? Il capitale, ricordava ancora il vecchio Marx, non “è in crisi”: il capitale “è crisi”, e come tale genera quelle condizioni di instabilità che sono la ragione stessa della propria rendita. Come la precarizzazione dell'esistenza, ancor più che del lavoro: che non è un incidente di percorso, o una momentanea stortura, ma l'essenza stessa del capitale. I provvedimenti che la BCE ha imposto all'Italia non faranno che accrescere quei tratti della vita e del lavoro – materiale o immateriale, intellettuale o manuale che sia – che sembrano ormai caratterizzare l'esistenza di ognuno: «totale sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di vita, indistinzione tra produzione e riproduzione, centralità sempre più accertata del lavoro di cura, precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro salariato, integrazione dentro il lavoro salariato di forme di produzione non retribuite e che eccedono il tempo di lavoro, difficoltà a mantenere spazi di autodeterminazione, di soggettivazione e di messa in comune delle esperienze, impossibilità quasi totale a mantenere un senso prospettico, aperto, del proprio tempo di vita ecc., sembrano ormai caratterizzare la vita di ognuno, sullo sfondo del nuovo regime biopolitico di accumulazione» (traggo questo elenco dal libro di Cristina Morini
Per amore o per forza]. È bene essere chiari: non c'è generazione, classe, genere, ceto, segmento della società che sia immune da questa cartolarizzazione delle speranze, delle aspettative, dell'intera vita, nella quale ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una virtualità, un'opzione, nel migliore dei casi l'obiettivo di una lotta.
Così stando le cose, che fare?
Una cosa molto semplice:
NON PAGARE. Come in Grecia, assumere la parola d'ordine DEN PLIRONO – non voglio pagare! – come conseguenza politica della parola d'ordine europea del 2008 (c'è Europa ed Europa!) Noi la crisi non la paghiamo.
Un governo degno di questo nome – un governo che esercitasse quella “primazia della politica” con la quale Monti fa i gargarismi – dovrebbe (magari di concerto con la Spagna, che è nelle stesse condizioni dell'Italia) porsi nei confronti dei creditori, che giocano in borsa sul rischio del default al mattino, e al pomeriggio invocano politiche che scongiurino il default, in modo molto duro: o il default unilaterale dell'Italia e della Spagna (come ha già fatto l'Islanda; come ha fatto dieci anni fa l'Argentina), o il dimezzamento del debito, e dei conseguenti tassi di interesse, attraverso la conversione dei titoli pubblici – a partire dai derivati – in titoli emessi dalla Banca Centrale Europea e garantiti da un tasso d'interesse fissato a livello politico. Italia e Spagna, a differenza della Grecia e dell'Islanda, sono too big to fail, troppo grandi per fallire: questa estrema debolezza è la vera forza dei due paesi.
Chiariamo un punto: quando Tremonti dice che «se ci fossero stati gli Eurobond questa finanziaria non sarebbe stata necessaria», dice, come sempre, una mezza verità. O meglio: incarta una menzogna in un foglio di verità. Nel documento del Consiglio Europeo che istituiva il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (16-17 dicembre 2010) era infatti scritto a chiare lettere che «Si adegueranno le regole per prevedere la partecipazione dei creditori del settore privato in base a valutazioni caso per caso, in linea con le politiche dell'FMI. [...] Per i paesi considerati solvibili in seguito all'analisi di sostenibilità del debito condotta dalla Commissione e dall'FMI di concerto con la BCE, i creditori del settore privato saranno incoraggiati a mantenere le rispettive esposizioni secondo le norme internazionali e pienamente in linea con le prassi dell'FMI». La prassi del Fondo Monetario Internazionale, com'è noto, è quella di concedere prestiti in cambio dell'attuazione di misure economiche e sociali che distruggono lo stato sociale e concedono mano libera al mercato: che è quello che, anche senza gli Eurobond, è stato fatto ieri con la Grecia, oggi con l'Italia (e domani sarà fatto con Spagna e Portogallo).
Cosa diversa sarebbe, invece, l'uso dei titoli europei governati non dal mercato ma dalla politica; la cui condizione di esistenza non è lo strangolamento dello stato sociale, ma la restituzione della cravatta al collo dei creditori – cioè delle Società d'Intermediazione Finanziaria che controllano i flussi creditizi mondiali.

Ma è possibile che un Monti, un Bersani, un Rutelli si facciano portatori della parola d'ordine del “diritto all'insolvenza”? In tutta evidenza, no. È possibile che questa parola d'ordine venga fatta propria da quei personaggi che, a torto o a ragione, sono investiti dalle aspettative di un radicale rinnovamento politico – Vendola e Landini, per capirci? Chissà. Forse. Finora, non è successo.
Ma è altrettanto certo che i movimenti non possono rimanere appesi a caciocavalleggiare in attesa di sapere se questo o quel possibile o virtuale leader di una sinistra cosiddetta radicale dirà “sacrifici” piuttosto che “default”. Le parole d'ordine, dopo tutto, sono fatte per essere imposte: con le lotte, se occorre.
Ed è altrettanto certo che le parole, da un anno a questa parte, hanno preso il valore e il peso delle pietre: dopo gli scontri in
Val di Susa (ma ancor prima: dopo le giornate del dicembre 2010) è chiaro a tutti che espressioni come “acqua e aria sono beni comuni”, o anche: “cultura e istruzione sono beni comuni come l'acqua e la natura”, hanno un senso solo se si è disposti a difendere i beni comuni – meglio: i beni che afferiscono non a Tizio o a Caio, non al singolo né allo Stato, ma al comune – con la necessaria radicalità. Con una certezza: se è vero che non bisognerebbe mai rinchiudere le idee dentro un casco, è ancor più vero che nelle situazioni di pericolo il casco ti salva la vita. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
«Stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic», disse nel suo ultimo discorso il leader nero Jeriko One: prendiamone atto, e regoliamoci di conseguenza. Nella consapevolezza che ai viaggiatori di terza classe non basterà conquistare la tolda: dovranno impossessarsi delle scialuppe, e lasciare che ad affondare col Titanic siano i signori in abito da sera, con i loro conti nelle banche in terraferma e l'insopportabile My heart will go on come lamento funebre.
Ognuno ha le sirene che si merita, dopo tutto – e quello che accade ai nostri cuori, sono cazzi nostri.


Manovra, i dissidenti del Pdl: “Non siamo traditori”. Ma preparano la battaglia in Aula

Con il passare delle ore aumenta il numero dei frondisti all'interno della maggioranza. Tutti nomi di peso del partito che chiedono di emendare il testo con un confronto in Parlamento: dai "nove" capitanati da Crosetto, al ministro Prestigiacomo (polemica per la cancellazione del Sistri), fino al vice presidente dei deputati azzurri, in molti si schierano contro la stangata bis
Il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto
Non bastavano i nove deputati del Pdl – Antonio Martino, Giuseppe Moles, Giancarlo Mazzuca, Santo Versace, Alessio Bonciani, Deborah Bergamini, Guido Crosetto, Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio – che ieri, subito dopo l’approvazione della manovra fiscale, hanno attaccato Tremonti bollando il provvedimento come “deludente” (Leggi).  E non bastava neppure la polemica interna alla Lega con lo scontro tra Roberto Calderoli (pro-manovra) e Flavio Tosi (contro) a colpi di botta e risposta sui giornali. Nel giro di 24 ore sono in molti, e tutti dentro al Pdl, ad alzare le barricate contro le “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”.

Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico: “Emendamenti si concordino prima o tutti a casa”. Ha cominciato questa mattina Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico con delega all’energia, minacciando addirittura la caduta del governo: ”Ai colleghi che alzano il dito e dicono ‘non ci sto’ dico ‘basta’. E’ un inutile stillicidio. Tutti sono pronti a dire che la manovra non va ma pochi hanno idee alternative”. “E’ tempo – continua il sottosegretario – di smetterla di giocare. Il Pdl si dimostri partito. Gli emendamenti si devono presentare solo con il consenso del segretario Alfano e del Capogruppo. Se la manovra si può migliorare lo si deve fare stando nel perimetro della maggioranza. Altrimenti tutti a casa”.

Giro, sottosegretario ai Beni culturali: “Si arrivi in Aula uniti”. E la posizione di Saglia è condivisa anche dal sottosegretario ai Beni e attività culturali Francesco Giro: ”Condivido il senso di responsabilità del collega Saglia. Occorre evitare di arrivare in aula con la giostra degli emendamenti. Molte cose dette dai cosiddetti 9 deputati dissidenti posso anche comprenderle. Sono persone che conosco e delle quali apprezzo il rigore e la buona fede ma queste liste dei 9 o dei ’9 e più ‘ servono a poco. Serve piuttosto unità e coordinamento del partito e Alfano che saprà concordare eventuali correttivi alla manovra”.

L’ex Fli Urso: “Si lavori per l’aumento dell’Iva ed età pensionabile”. Tra i “frondisti” si schiera anche l’ex Futuro e libertà Adolfo Urso con una nota pubblicata sul sito fareitalia.com: ”Condivido l’auspicio di Emma Marcegaglia: in Parlamento si agisca per migliorare la manovra sul fronte dello sviluppo, recuperando le risorse su aumento Iva ed età pensionabile e agendo sul fronte delle liberalizzazioni e privatizzazioni. Positive anche le spinte innovative che scuotono il Pdl e la maggioranza, con le iniziative di Crosetto e Martino”, ha scritto Urso su fareitalia.com, il magazine online dell’associazione Fareitalia di cui è presidente. Secondo Urso “servono due patti per la crescita: il primo sullo sviluppo, con un aumento dell’Iva per ridurre le tasse sul lavoro; il secondo sui giovani, destinando ad essi le risorse risparmiate con l’aumento dell’età pensionabile. Sarebbe un gravissimo errore – ammonisce Urso – agire in Parlamento per allegerire la manovra magari riducendo i tagli, occorre fare esattamente il contrario realizzando un ampio fronte innovatore che chieda più riforme, con liberalizzazioni e privatizzazioni, per rilanciare la crescita, investire in innovazione, infrastrutture e impresa”.

Crosetto, il sottosegretario alla Difesa che guida i frondisti. E proprio il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto – che aveva già definito “da psichiatria” le bozze della manovra a fine giugno – è il più accanito oppositore della manovra. Capostipite dei nove “dissidenti” che già ieri annunciavano un pacchetto di emendamenti, fa sapere che anche oggi e domani, sia lui che gli altri otto deputati Pdl “scontenti”, saranno al lavoro sulle misure alternative da avanzare in Parlamento. E già la “prossima settimana metteremo a punto un pacchetto di interventi da proporre ad Alfano e, tramite il Pdl, veicolarle verso il confronto parlamentare”. Crosetto non ci sta a passare da traditore: “Non si tratta di rivoltare la manovra. Non siamo ribelli e il nostro obiettivo non è fare una rivolta. Chiediamo di poter ragionare all’interno del Pdl e vedere se questa manovra può essere cambiata”, sottolinea. Se gli obiettivi, è il ragionamento, sono il risanamento dei conti e il rilancio dell’economia, “se facciamo proposte che vanno in questo senso, e sono meno distruttive per il paese, non capisco perché non possano essere discusse”. Ma, avverte, “all’interno della maggioranza il confronto è legittimo”. “Non vogliamo far cadere il governo e non siamo traditori, anzi saremo, almeno io e Martino, tra gli ultimi che Berlusconi si troverà vicino, perché abbiamo il senso della riconoscenza e dell’onore. Ma non siamo pagati per portare il cervello all’ammasso e abbiamo anche la libertà intellettuale di poter esprimere le nostre opinioni”.

Calderoli: “Chi critica la manovra si dimetta”. Crosetto interviene anche sulla polemica con il ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli, uno dei padri della manovra fiscale che oggi, in un’intervista a La Padania, ha attaccato duramente invitandoli alle dimissioni, quanti all’interno della maggioranza si oppongono alle nuove misure fiscali: “Per loro la porta è aperta. Mi riferisco a chi sta all’interno e all’esterno della Lega, anche ai ministri”. “Bisogna rendersi conto delle conseguenze che ci sarebbero state se non avessimo fatto questa manovra” e “chi non comprende tutto questo non dovrebbe occuparsi di amministrare la cosa pubblica e andarsene a casa. L’istituto delle dimissioni – ricorda Calderoli – è sempre valido”. La risposta di Crosetto arriva a stretto giro di posta: “Le minacce sono il modo peggiore per ragionare. Non siamo traditori. Evitiamo i toni da insulto”, soprattutto, avverte il sottosegretario, “se arrivano da esponenti di altri partiti”. “Sono stupito dai toni molto duri utilizzati da alcuni. Io non ho problemi a mettere insieme il pranzo con la cena, non ne ho mai avuti… Alcuni di quelli che parlano ne avrebbero… Non bisogna scambiare la mitezza con la paura, le minacce sono il modo peggiore per ragionare”.

Alemanno: “Bene Crosetto, in Aula ci sia spazio per emendamenti”. Sulla scia di Crosetto si inserisce anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno: “L’iniziativa di Guido Crosetto e degli altri parlamentari è da seguire con grande attenzione e deve essere chiaro che la manovra firmata dal capo dello Stato può essere blindata nei saldi ma non nei contenuti. L’Anci presenterà presto un proprio pacchetto di emendamenti per rendere la manovra più equa e sostenibile. Nessuno deve permettersi di rispondere a queste iniziative con discorsi da caserma”, ha detto il primo cittadino capitolino riferendosi senza nominarlo a Calderoli. “In Parlamento il dibattito deve essere ampio ed esauriente per giungere ad una modifica sostanziale della manovra”.

Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente: “Manovra da rivedere, così è un regalo alle ecomafie”. Il ministro dell’ambiente ha rilasciato tre interviste – su Repubblica, Il Mattino, La Stampa – per esprimere tutto il suo sdegno per l’abolizione del Sistri, il sistema sulla tracciabilità dei rifiuti: “La norma va emendata, eliminare il Sistri è un regalo alle ecomafie”.  In questa vicenda, “se hanno sconfessato me”, allora “hanno sconfessato anche il presidente del Consiglio”. Pur difendendo la manovra nell’insieme – adottata per fare fronte a al “serio pericolo di un assalto speculativo nei confronti del nostro Paese” – il ministro non ci sta a essere di fatto commissariata dalla Lega, promotrice dell’eliminazione della sua creatura: “il testo “si potrà e si dovrà migliorare in parlamento senza perdere però di vista gli obiettivi complessivi di riassetto dei conti pubblici”.

Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl: “Si abolisca il contributo di solidarietà”. Contro il contributo di solidarietà sui redditi sopra i 90mila euro si scaglia il vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli secondo cui “andrebbe abolito”. In alternativa, propone Napoli, “per evitare il sospetto che resti per sempre, andrebbe versato in due o tre tranches da versare entro il 2012″. “Il punto è questo – spiega il deputato -  ai cittadini che non credono alla durata triennale del contributo di solidarietà, il governo deve proporre il versamento in due o tre tranches secche, da versare entro il 31 dicembre 2012, del 5 o del 10% dovuto sui rispettivi redditi e chiudere la pratica entro quel termine. E’ il modo migliore per fugare il sospetto, per non dire la certezza, che quel prelievo possa continuare “provvisoriamente per sempre”. Ma la cosa migliore, naturalmente rimane l’abolizione del prelievo stesso che va a colpire l’elettorato di riferimento del centrodestra e del Pdl. Anche il vice presidente dei deputati Pdl non ci sta a passare da dissidente e dice: Capisco, tutti nella maggioranza finiremo per comprendere la drammaticità del momento, ma avvertire il timoniere che per questa via il Pdl va a sbattere è un atto doveroso e la migliore testimonianza della lealtà che ci lega a Berlusconi”.

Santanché: “Tremonti? Non indispensabile”. Non poteva mancare poi la stoccata di Daniela Santanchè che, intervistata da Klaus Davi, dopo aver massacrato il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, che ha criticato (in un’intervista a Il Corriere della Sera) la manovra aggiuntiva del governo, ha definito Tremonti “non indispensabile”: ”I cimiteri sono pieni di persone indispensabili, ne tragga lei le conclusioni“, ha risposto sarcastica il sottosegretario.

La manovra della disperazione
di MASSIMO GIANNINI
IL GOVERNO della dissipazione ha infine raffazzonato la manovra della disperazione. Come i peggiori esecutivi andreottiani della Prima Repubblica, costretti a turare in extremis gli allegri buchi di bilancio, buttavano giù in tutta fretta i decretoni di Natale, così anche il gabinetto di guerra berlusconiano, obbligato dal direttorio franco-tedesco e dal board della Banca centrale europea, improvvisa il suo decretone d'agosto. Quarantacinque miliardi "aggiuntivi" di tasse e di tagli, dicono Berlusconi e Tremonti, per accentuare il peso simbolico dello "sforzo" di fronte alla business community. In realtà si tratta di misure che solo in minima parte si sommano, mentre in massima parte si integrano e anticipano la "prima rata" di norme, già evanescenti nel merito e urticanti nel metodo, varate a metà luglio. È il prezzo da pagare all'improvvisazione politica, come i fatti di questi tre anni dimostrano, e non certo alla speculazione finanziaria, come la vulgata governativa si affanna a far credere.

È un prezzo altissimo. Nella quantità: una manovra complessiva che, sia pure su base pluriennale, si avvicina ai 50 miliardi di euro, non ha precedenti nella storia repubblicana. Nella qualità: una stangata che, sia pure con un qualche apparente rispetto del principio di progressività del prelievo, ruota per tre quarti sull'aumento della pressione fiscale, ha precedenti forse solo nella storia sudamericana. Per fortuna che questo dice di essere il governo che "non mette le mani nelle tasche degli italiani". Berlusconi e Tremonti continuano a ripetere che "in cinque giorni tutto è cambiato e tutto è precipitato". Sappiamo bene che non è così. Tutto sta cambiando dall'inizio della crisi globale del 2007, con il crac dei mutui subprime americani. Tutto sta precipitando dall'inizio della crisi europea del 2010, con il crac del debito irlandese e poi di quello greco. Tutto sta precipitando dall'inizio della crisi occidentale del 2011, con il fantasma della double dip recession che soffoca Stati e mercati. Non averlo capito per tempo è la colpa più grave e imperdonabile che il governo italiano si porta dietro. E che ora si scarica sugli italiani, già provati da una caduta del reddito, del risparmio e dell'occupazione senza paragoni con il resto di Eurolandia, e adesso obbligati a questo drammatico supplemento di sacrifici.

La vera e unica novità di questa stangata è il cosiddetto "contributo di solidarietà" per i redditi più alti. Una misura che, nella forma, vorrebbe ricordare l'eurotassa introdotta dal governo Prodi nel '96 per raggiungere il traguardo di Maastricht. Ma nella sostanza la nuova norma è mal congegnata, e alla fine ha il solito sapore "di classe", come tutte le scelte fatte dai liberisti alle vongole cresciuti nell'allevamento di Arcore. La scelta di aggredire l'Irpef penalizza soprattutto il lavoro dipendente. La soglia scelta per il doppio prelievo fa sì che a pagare siano pochi "super-ricchi" (511 mila italiani, cioè l'1,2% dei contribuenti secondo la Cgia di Mestre). E il tetto scelto per i lavoratori autonomi (55 mila euro l'anno) fa sì che all'imposta straordinaria sfuggirà la stragrande maggioranza di chi già evade abbondantemente le tasse (e infatti dichiara in media poco meno di 30 mila euro l'anno). Dunque, l'intenzione del governo poteva anche essere buona, ma la realizzazione è pessima sul piano pratico, e discutibile sul piano etico.

Per il resto la stangata è una miscela caotica di vuoti e di pieni, che conferma l'impianto sostanzialmente regressivo seguito dalla maggioranza in questi tre anni. Da un lato, il carniere del rigore è sicuramente pieno per quanto riguarda il ceto medio, che sopporta da solo quasi l'intero onere del risanamento. È ceto medio il pubblico impiego che, ancora una volta, è il perno ideologico intorno al quale ruota la politica economica del centrodestra: dal Tfr agli straordinari, i dipendenti pubblici sono anche oggi la vittima sacrificale di una coalizione che si accanisce senza pietà contro le categorie che non la votano. È ceto medio l'universo dei pensionati, che tra disincentivi all'anzianità e anticipo dell'età delle donne, subisce un altro colpo necessario ma pesante, perché non bilanciato da una degna politica attiva del Welfare. Dall'altro lato, il carniere del rigore è altrettanto pieno per quanto riguarda i ministeri e gli enti locali, che patiscono il danno più devastante perché accompagnato dalla beffa del federalismo, ormai un feticcio virtuale persino per Bossi. Dopo la mannaia indiscriminata dei tagli lineari, il colpo di scure su dicasteri, regioni e comuni si accelera rispetto alla tempistica già prevista nel pacchetto di luglio: nulla di nuovo, dunque, ma l'esito non potrà non essere l'aumento dei tributi locali e l'azzeramento dei servizi sul territorio. Se è vero che c'è da soffrire (ed è doveroso farlo, perché il Paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e chi lo governa ha fatto di tutto per non farglielo capire) è anche vero che non possono soffrire sempre gli stessi.

Ma quello che abbaglia di più, in questa manovra dell'emergenza agostana, sono i vuoti. Il primo vuoto riguarda i famosi tagli ai "costi della politica". Ancora una volta l'improntitudine di questa casta berlusconiana ha tradito tutte le già malriposte attese della vigilia. C'è finalmente una sforbiciata delle province e l'accorpamento dei piccoli comuni (merce inutilmente "svenduta" nella campagna elettorale del 2008). Ma per il resto, tra stipendi pensioni e benefit dei parlamentari, c'è poco e niente, a parte il modestissimo "obolo" sulla tassa di solidarietà raddoppiata per deputati e senatori e la trasformazione dei loro viaggi in business class in voli in economy. Il secondo vuoto, che conferma la visione corporativa e aziendalista di questa maggioranza, riguarda la cosiddetta "patrimoniale": l'unica forma di imposizione che, se ben architettata, avrebbe potuto far pagare davvero chi ha di più e lo nasconde, e che avrebbe dato un segno di vera equità a una manovra altrimenti squilibrata. E non bastano, a bilanciare questa assenza che salva ancora una volta gli evasori, norme pur sacrosante come la tracciabilità delle operazioni sopra i 2.500 euro, che Prodi e Visco avevano introdotto nel 2006 e che il Cavaliere aveva voluto colpevolmente eliminare all'inizio della sua legislatura perché le considerava "leggi di stampo sovietico".

Ma il vero vuoto più clamoroso e più rovinoso di questa manovra riguarda, anche stavolta, il sostegno alla crescita dell'economia e alla produzione della ricchezza. È l'aspetto più inquietante e deprimente di questa stagione politica, marchiata a fuoco da una leadership inconsistente e imbarazzante che a tutto ha pensato fuorché agli interessi del Paese. Senza un'idea e senza un progetto per lo sviluppo, questa stangata estiva, che pure andava fatta, non potrà che generare nuova recessione, e aggiungere declino al declino. Tutti gli stati dell'Eurozona stanno somministrando cure da cavallo ai propri popoli. La differenza è che insieme ai sacrifici quei Paesi sanno costruire anche i benefici, mentre in Italia ci sono solo i primi senza i secondi. Occorreva dire la verità, agire prima e dotarsi di una politica. Così si uccide un'economia. "Gronda il sangue dal cuore, ma dovevamo farlo", ha detto il premier in conferenza stampa alla fine del Consiglio dei ministri. Se è vero, è sangue di coccodrillo.
m.giannini@repubblica.it

(13 agosto 2011)


I trecento miliardi che lo Stato non vuole. Mafiosi, corrotti ed evasori ringraziano.
Trecentotrenta miliardi di euro ogni anno, un oceano di soldi. Dove si potrebbe andare a pescare, in un momento in cui il governo vara una manovra che promette almeno tre anni di lacrime e sangue, con più tasse e drastici tagli alla spesa pubblica. E’ l’oceano dell’economia illegale italiana. In dettaglio: 150 miliardi, il fatturato della criminalità organizzata, secondo la Commissione parlamentare antimafia (e 180 mila posti di lavoro persi al Sud, secondo il Censis); 60 miliardi il costo pubblico della corruzione secondo la Corte dei conti, cioè mille euro tondi a cittadino, neonati compresi; 120 miliardi di evasione fiscale, stima il ministero dell’Economia, con l’Italia al primo posto in Europa per la quota di reddito non dichiarato, il 51,1 per cento secondo un recente studio di Krls-Network of Business Ethic.
Totale: 330 miliardi di euro all’anno che sfuggono a ogni imposizione, un ordine di grandezza a cui arriva anche la stima dell’Istat, che valuta il “sommerso” tra i 255 e i 275 miliardi di euro, cioè tra il 16 e il 17 per cento del Pil. Un dato strutturale dell’economia italiana, che mette insieme fenomeni diversi, dallo scontrino non battuto al carico di cocaina sbarcato al porto di Gioia Tauro, e tutte le sfumature di illegalità che ci stanno in mezzo, dal lavoro nero alle mazzette.
Ma ora che il governo impone sacrifici ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani, alle famiglie, qualcuno comincia a mettere la questione sul tavolo. Quei soldi si possono recuperare. Né tutti, né subito, naturalmente. Ma l’oceano è talmente vasto che anche una piccola percentuale avrebbe un impatto sostanzioso sulle casse dello Stato.
A lanciare il sasso nello stagno ci ha provato Avviso pubblico, la rete di oltre 180 enti pubblici contro le mafie presieduta da Andrea Campinoti, sindaco di Certaldo in provincia di Firenze. “Non ci risulta”, si legge in un comunicato dell’associazione, che nei vari “tavoli” tra governo e parti sociali “sia stato affrontato il tema dei costi economici e sociali dell’illegalità”. Eppure “i costi delle mafie, della corruzione, dell’evasione fiscale e dell’economia sommersa incidono pesantemente sulla qualità della nostra economia, della nostra sicurezza, della giustizia e della vita in generale”. Ogni singolo italiano paga un “ticket dell’illegalità” pari a 5.500 euro all’anno, cioè 15 euro al giorno.
La manovra appena approvata contiene alcuni provvedimenti che pescano nelle acque grigie dell’economia, come la tracciabilità delle transazioni sopra i 2.500 euro (prevista con soglie ancora più basse dal governo Prodi e cancellata dal centrodestra tornato in sella nel 2008) e le misure più severe per chi non emette fattura. Ma si può fare molto di più e il tema non è più appannaggio esclusivo dei soliti paladini della legalità: “Rinnovo la mia proposta al Governo di trattare i grandi evasori fiscali come i grandi criminali mafiosi, con la sanzione conseguente della immediata confisca dei beni”, ha dichiarato il senatore del Pdl Raffaele Lauro pochi giorni prima dell’approvazione della manovra.
Nessuno dei suoi sembra averlo seguito, ma almeno è un segnale. Perché se no va a finire che “pagano tutti meno gli evasori”, ha scritto il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. Cioè “gli unici che non hanno legge, che non subiscono tagli, che dribblano i sacrifici. Chi ci governa e chi siede in Parlamento ricordi che, da oggi, tutto ciò che verrà scontato e addirittura condonato o perdonato a quest’altra casta peserà 45 miliardi di volte in più nel giudizio degli italiani onesti”.
La senatrice del Pd Simonetta Rubinato ha calcolato che potrebbero essere raccolti ben 18 miliardi di euro chiedendo un “contributo di solidarietà” a chi ha rimpatriato i capitali beneficiando dello “scudo fiscale”. L’aliquota potrebbe essere del 18 per cento, spiega la senatrice, “che aggiunto al 5 per cento già versato all’erario, equivale all’aliquota più bassa dell’Irpef, cioè 23 per cento”. Così si potrebbe “evitare di dover ancora una volta chiedere sacrifici ai ceti medio-bassi già duramente provati dalla crisi”. L’idea è entrata nel pacchetto di sette controproposte del Pd alla manovra economica approvata dal governo, insieme alla tracciabilità delle transazioni superiori ai mille euro (invece di 2.500), al pagamento elettronico di prestazioni e servizi, all’obbligo di tenuta dell’abo clienti-fornitori per le imprese. Tutti provvedimenti messi in cantiere quattro anni fa dal governo Prodi e immediatamente cancellati dalla maggioranza berlusconiana, perché mica si può vivere “in uno stato di polizia”.
Insomma, per rimettere le mani su parte dell’economia illegale italiana, lo Stato potrebbe fare molto, molto di più.
CORRUZIONE. Pochi lo ricordano, ma in Italia è in vigore una norma sulla confisca dei beni ai corrotti, sul modello di quanto si fa con i mafiosi. Fu approvata, anche questa dal governo Prodi, con la Finanziaria nel 2007, ma da allora è rimasta “in sonno” perché i successori berlusconiani non si sono mai preoccupati dei decreti attuativi. “Potrebbe essere un primo passo, il gettito sarebbe simbolico, ma il segnale forte”, afferma Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso pubblico. Insieme a Libera, l’associazione ha lanciato una campagna di raccolta firme perché governo e parlamento adottino le convenzioni internazionali e le direttive europee in materia di corruzione e diano seguito alla norma sulla confisca. “Significherebbe per esempio introdurre il reato di corruzione tra privati, più adatto ai meccanismi di oggi, dato che molte malversazioni avvengono in società partecipate dal pubblico, ma regolate dal diritto privato”, continua Romani.
E’ una delle previsioni della Convenzione di Strasburgo sulla corruzione, approvata nel 1999 e mai adottata in Italia (già oggetto della campagna per una nuova legge anticorruzione condotta su Il Fatto Quotidiano da Marco Travaglio), “insieme alla normativa sui collaboratori di giustizia e persino i test di integrità”, continua Romani, “grazie ai quali la polizia può mettere alla prova i funzionari pubblici con finte offerte di mazzette”. Sarebbe come pescare a strascico, nel paese delle “cricche”. Invece il governo Berlusconi ha chiuso l’Alto commissariato per la lotta alla corruzione e lo ha sostituito con un “ufficetto”, il Saet, Servizio anticorruzione trasparenza. E il decreto anticorruzione, approvato in Senato il 15 giugno, non contiene grandi novità, a parte un leggero inasprimento delle pene e norme sull’ineleggibilità ancora da definire.
Perché più che riprendersi i soldi dei corrotti, combattere efficacemente il sistema delle tangenti permetterebbe allo Stato “di recuperare negli anni parecchi miliardi di euro”, commenta Alberto Vannucci, professore di scienza politica all’Università di Pisa, dove tiene un Master su criminalità organizzata e corruzione. “I 60 miliardi stimati dalla Corte dei conti rappresentano non solo le tangenti, ma i costi aggiuntivi che queste determinano per la collettività. I nostri studi dicono che in Italia le opere pubbliche arrivano a costare il 40-50 per cento in più rispetto agli altri paesi europei. Per un certo periodo subito dopo Mani pulite si registrò una drastica riduzione, perché evidentemente il sistema si era momentaneamente fermato. Un ulteriore danno sociale consiste nella gigantesca distorsione della concorrenza a svantaggio dell’imprenditore onesto, capace ed efficiente, che viene estromesso dal mercato, mentre prosperano le ‘cricche’ di amici e parenti”.
Transparency, la più autorevole organizzazione internazionale in materia, colloca l’Italia al 63esimo posto della sua classifica, tra il Ruanda e la Georgia, ma “se depuriamo il fattore reddito, visto che normalmente nei paesi più poveri c’è più corruzione, risultamo secondi al mondo dopo la Grecia”. Eppure il governo Berlusconi non sembra percepire l’emergenza, né le possibilità di recuperare soldi in questo campo invece che dalle tasche dei soliti noti. “Un modo per farlo sarebbe l’imposta sui grandi patrimoni”, suggerisce il professore, “che in Italia sono anche frutto dell’economia illecita. Basti pensare che l’83 per cento degli affitti è percepito in nero, secondo un recente rapporto del ministero dell’Economia. E le rendite finanziarie, altro tipico sbocco del denaro accumulato in nero, finora sono state sempre tassate coi guanti bianchi”. Infine, la tassazione extra dei capitali scudati “sarebbe facilmente applicabile, demandando la riscossione alle banche che hanno gestito il rientro. Certo, la prossima volta nessuno aderirebbe più allo scudo, ma a me personalmente sembra una buona ragione in più per farlo”.
MAFIA. Giusto una settimana prima della manovra “lacrime e sangue”, il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo codice antimafia. Una grande occasione per aggredire con maggior vigore le immense ricchezze delle cosche. Un’occasione sprecata, hanno commentato invece molti osservatori, a cominciare dall’ex presidente della Commissione parlamentare Giuseppe Lumia. Anzi, un regalo ai boss, soprattutto la nuova nornativa sui beni mafiosi, che fissa un limite di 18 mesi tra il sequestro e la confisca, un tempo giudicato troppo breve, data l’estrema difficoltà delle indagini patrimoniali e gli esigui mezzi messi in campo dallo Stato. Così come rischia di vanificare molti sforzi la possibilità, per chi viene assolto dall’accusa di associazione mafiosa, di chiedere la restituzione del bene confiscato. Una misura all’apparenza garantista, che in realtà affossa l’intuizione di Pio La Torre sul doppio binario delle indagini penalli e di quelle patrimoniali.
Il nuovo codice antimafia “dimentica” un’altra richiesta univoca di chi si occupa di lotta alla mafia: la riforma del reato di voto di scambio, l’articolo 416 ter del codice penale che oggi punisce soltanto il politico che compra voti in cambio di soldi, un caso molto raro. Che cosa c’entra con i conti dello Stato? Molto, perché di solito il politico colluso “compra” il voto mafioso in cambio di appalti, forniture, assunzioni. Moltiplicando il caso singolo per la capillarità del controllo dei clan in ampie aree del paese (e non solo al Sud), si arriva a una voragine che ingoia denaro della collettività in cambio di opere e servizi scadenti, e a volte non realizzati affatto. “Avevamo chiesto che l’azienda mafiosa sorpresa in un cantiere pubblico dovesse anche restituire i soldi incassati dallo Stato”, ricorda Romani di Avviso pubblico. “Con la normativa attuale, invece, il cantiere si ferma e basta, con un doppio danno per i cittadini, che poi finiscono per pensare che la mafia dà lavoro e l’antimafia lo toglie. Ma il nostro suggerimento è caduto nel vuoto”.
EVASIONE E SOMMERSO. “Pagano i soliti noti”, è stato il commento più diffuso alla manovra bis. E’ scomparsa anche l’imposta di solidarietà ad hoc per i redditi da lavoro autonomo superiori ai 55 mila euro, un implicito tentativo di recuperare una piccola parte delle tasse evase dalla categoria. Qualche provvedimento è stato preso, sulla tracciabilità e sulle sanzioni a chi non emette fattura, ma appare poca cosa davanti alla prateria di miliardi che si aprirebbe di fronte a una seria caccia all’evasore. Invece, poco meno di un mese fa il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera ha annunciato “meno controlli alle piccole e medie imprese”, sia pure con una “maggiore qualità”.
Intanto i giornali pubblicano gli sconcertanti redditi medi ricavati dalle dichiarazioni Irpef dei lavoratori autonomi: 46.200 euro per i dentisti, 46.700 per gli avvocati, 17.700 per i concessionari di automobili, 14.500 per i ristoratori, 14.300 per gioiellieri e orologiai. E così via. Il 12 agosto, a Firenze, La Guardia di finanza ha messo sotto inchiesta un’intera famiglia di imprenditori del tessile per una frode fiscale da 10,2 milioni di euro, basata su false fatturazioni e aggiramento dell’Iva. Una famiglia, 10 milioni di euro, e intanto si grattano le banconote da cento dal fondo del barile di chi deve dichiarare tutto.
L’evasione va anche in vacanza. E’ di questi giorni uno studio di Assoedilizia secondo il quale il 18-20 per cento delle presenze nelle strutture ricettive è in nero, con un gran fiorire di cartelli del tipo: “Non si accettano pagamenti con assegni e carte di credito”. Sempre a proposito di tracciabilità.
Di Mario Portanova da Il Fatto Quotidiano del 15/08/2011.


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